Il governo israeliano ha cominciato il 25 luglio a discutere dello status legale dei figli di lavoratori stranieri, minacciati di espulsione dal Paese. Si tratta, in particolare, di 1.200 bambini che sono rimasti tagliati fuori da una sanatoria governativa del 2006 che ha garantito lo status giuridico ad oltre 600 figli di lavoratori immigrati. Secondo quanto riportato da Irin, il progetto dell’ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari, molti contratti di lavoro vieterebbero agli immigrati (il visto di lavoro ha la durata di 5 anni) di non avere figli in Israele, imponendo, tra l’altro, alle donne incinte di lasciare il Paese. Norme che diverse Ong hanno definito inumane. Nonostante ciò, stime fornite dall’Authority per l’istruzione di Tel Aviv, parlano di almeno 2 mila bambini nati negli ultimi 10 anni in Israele. Una situazione che ha provocato la reazione del ministro degli Interni israeliano, Eli Yishai, che non più tardi della fine di ottobre 2009, aveva affermato che “i loro genitori li stanno usando per guadagnarsi uno status legale in Israele. Se non li mandiamo via, i lavoratori immigrati continueranno a sfruttare la gentilezza dello Stato di Israele”. All’incontro del 25 luglio una commissione creata ad hoc per la soluzione del problema ha proposto al premier Benyamin Netanyahu di concedere il permesso di residenza a tutti i bambini che sono giunti in Israele quando avevano meno di 13 anni e pure ai loro fratelli e sorelle più giovani e che hanno vissuto nel Paese almeno 5 anni e risultano iscritti a una delle scuole statali. Il governo ha deciso di continuare la discussione nella sua prossima seduta prima di una decisione. Il problema viene seguito con attenzione anche dal patriarcato latino di Gerusalemme: la maggioranza di questi bambini a rischio espulsione è, infatti, di fede cristiano-cattolica. I loro genitori provengono dalle Filippine, dall’India, dall’America Latina, dall’Africa e dall’Europa dell’Est. Il SIR ne ha parlato con il vicario patriarcale per le comunità cattoliche di espressione ebraica, il gesuita David Neuhaus.(Agensir.it)
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