Vorrei prendere spunto da un fi lm
commedia di carattere romantico del
2006. Prodotto dalla Columbia Picture,
ed ambientato negli Stati Uniti
d’America ed in Inghilterra, dal titolo
The Holyday, tradotto in italiano:
“L’amore non va in vacanza”. Al di là
dei contenuti condivisibili o non, ha
posto in evidenza un “problema” che
l’amore nelle sue diversissime sfaccettature
rimane sempre il fi lo rosso
dell’esistenza umana.
Che la si evada o la si affoghi, che sia
monotona o ricca di imprevisti, l’uomo
è chiamato sempre a fare i conti
con questa realtà che rimane centrale,
anzi fondamentale nella vita dell’uomo.
Generalmente siamo tutti impegnati,
nessuno escluso, a cercare amore. La
cosa più ridicola è che alcuni si sforzano
di testimoniare il contrario.
Condivido in questo senso l’affermazione
di Eugenio Scalfari, anche se un
po’ pessimista, che anche le imprese
più improbe sono dettate dal cercare
attenzione, amore.
Ne scaturiscono due questioni. La
prima è che l’amore non va in vacanza,
nel senso più nobile del termine:
in ogni momento, in ogni circostanza
opportuna o inopportuna che sia,
non possiamo trovare scuse nel tradurre
con gesti concreti l’amore. Ne
avremo sempre l’opportunità dai piccoli
ai grandi gesti d’attenzione, dalla
comprensione allo stare accanto alle
persone che incontriamo.
La seconda questione è come tradurre
il verbo amare, se in modo attivo o
passivo. Tutti siamo portati a mendicare,
a chiedere affetto direttamente o
indirettamente. San Francesco ci viene
incontro ricordandoci che il salto
di qualità avviene quando iniziamo a
tradurre attivamente il verbo amare:
“Fa che io non cerchi tanto di essere amato
quanto di amare”.
Il vero salto di qualità nella vita non
solo professionale, politica, sociale,
cristiana avviene quando questo verbo
si fa concreto, si fa gesto e dono
d’amore.
Sono certo che la fantasia di ciascuno
di noi saprà “inventarsi” quei gesti che
danno sapore alla vita.
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